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Martedì, 28 Febbraio 2012 13:45

I QUATTRO CANTI DI PALERMO

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Giuseppe Dì Piazza Giuseppe Dì Piazza

Un giovane cronista di nera racconta i sanguinosi anni ’80 a Palermo, tra paura e sogni. Il direttore di "Sette", Giuseppe Dì Piazza, ci racconta il suo romanzo d'esordio.


Giuseppe Di Piazza incontra i suoi lettori presso la Libreria Modusvivendi, per la presentazione del romanzo I quattro canti di Palermo, che segna il suo esordio come scrittore di libri di narrativa.


Giornalista con tanti anni di esperienza, ha iniziato la sua carriera con il giornale L’Ora proprio qui a Palermo, sua città natale, per poi proseguire con i più prestigiosi quotidiani nazionali e fino ad arrivare alla attuale direzione di Sette, inserto del Corriere della Sera.


Questo libro è molto più che un semplice romanzo, è una vera e propria testimonianza di quella che è stata la vita di un giovane cronista alle prese con gli anni bui della città, quegli anni ’80 segnati dalla guerra di mafia e dal sangue che imbrattava le strade. Un modo semplice eppure efficace di raccontare una giovinezza segnata da una violenza devastante, capace di distruggere i sogni di intere generazioni.


Tuttavia, nel racconto dell’autore, si respirano le atmosfere sognanti dovute a musica, letteratura e cinema, tentativi di restare aggrappati con tutte le forze alle proprie passioni nonostante gli orrori che il mestiere di cronista portava con sé. Un atto d’amore nei confronti di una città che è comunque unica e meravigliosa, nonostante abbia più volte perso la possibilità di guarire dai suoi molti mali.


I Quattro canti di Palermo sono il cuore del centro storico, dividono la città in quattro mandamenti, ognuno protetto dalla statua della santa patrona di riferimento. Ma i quattro canti cui si riferisce il libro sono anche quattro voci, quattro singole storie che si intrecciano con la vita del protagonista e in qualche modo la segnano.


Storie crudeli, violente, sconvolgenti per chiunque le legga. Un ragazzo che verrà punito per aver rifiutato di accettare il suo destino di mafioso, un padre che sceglie di vendicarsi nel più efferato dei modi, una figlia che cerca di recuperare la propria dignità e infine una modella bella ma fragile e incapace di sopportare il proprio dolore.


Quattro storie d’odio; un odio verso un nemico, oppure covato all’interno della propria famiglia, l’odio per chi ha commesso un errore, seppur inconsapevolmente, oppure verso se stessi. Un modo singolare e sorprendente di raccontare dei delitti di cronaca nera, Di Piazza ha la capacità di parlare di mafia senza ricadere nei clichè e negli stereotipi cinematografici e letterari cui siamo ormai tristemente abituati. Costruisce invece con grande abilità personaggi vividi che colpiscono l’immaginazione del lettore.


Lo scrittore ha anche accettato di parlare con noi del suo romanzo, e di rispondere alle nostre domande.


Lei dimostra con il suo libro il grande legame con i luoghi e le tradizioni, eppure cita attraverso il protagonista autori e musicisti di respiro internazionale, che rimandano ad atmosfere lontanissime dalla città. Come mai questa scelta?

 

Mi limito semplicemente a raccontare quelli che eravamo noi giovani negli anni ’80, quelli che aspettavano con ansia davanti i negozi di dischi l’uscita di The Dark Side Of The Moon dei Pink Floyd, una spensieratezza che si è spezzata all’improvviso nel duro confronto con la realtà che ci circondava. Eravamo legati ala città ma al tempo stesso sognavamo una vita diversa e ci rifugiavamo nei nostri sogni.


I personaggi da lei creati sono stati ispirati da reali casi di cronaca o sono totalmente frutto della sua fantasia?


Il mio è un pastiche letterario. Ciò che più amo della narrativa è proprio la capacità di inventare e cambiare a mio piacimento ciò che scrivo. Sono storie probabili, hanno verosimiglianza ma non verità. Da dieci personaggi veri posso crearne uno falso.

C’è chiaramente una immedesimazione nel narratore, non perché gli eventi descritti siano accaduti a me, ma perché in qualche modo racconto la vita che conducevo io quando ero in prima linea.


Era da molto che aveva in cantiere questo romanzo?


No, in realtà per me scrivere è un atto compulsivo, una volta iniziato non ho più smesso. L’ho iniziato e finito in pochi mesi. Era soltanto un’idea nella mia testa che piano piano ha preso forma e quando era pronta l’ho portata a termine.


Fondamentali in questa storia sono le figure femminili. Affascinanti e terribili, soprattutto quelle appartenenti al matriarcato occulto della mafia.


Questo libro è decisamente dedicato alle donne. Io devo molto alle donne della mia vita; a mia moglie in particolare ma anche ad amiche, conosciute e sconosciute che ho incontrato e hanno avuto una loro importanza.

C’è sicuramente un matriarcato nella strutture interna della società mafiosa, senza di esso gli uomini non potrebbero gestire tutto. Ma queste donne che descrivo sono in qualche modo figure salvifiche, sia per la salvaguardia della prole ma anche per l’appoggio agli uomini e il loro tentativo di aiutarli.

Giuseppe Di Piazza incontra i suoi lettori presso la Libreria Modusvivendi, per la presentazione del romanzo I quattro canti di Palermo, che segna il suo esordio come scrittore di libri di narrativa.

 

Giornalista con tanti anni di esperienza, ha iniziato la sua carriera con il giornale L’Ora proprio qui a Palermo, sua città natale, per poi proseguire con i più prestigiosi quotidiani nazionali e fino ad arrivare alla attuale direzione di Sette, inserto del Corriere della Sera.

 

Questo libro è molto più che un semplice romanzo, è una vera e propria testimonianza di quella che è stata la vita di un giovane cronista alle prese con gli anni bui della città, quegli anni ’80 segnati dalla guerra di mafia e dal sangue che imbrattava le strade. Un modo semplice eppure efficace di raccontare una giovinezza segnata da una violenza devastante, capace di distruggere i sogni di intere generazioni.

 

Tuttavia, nel racconto dell’autore, si respirano le atmosfere sognanti dovute a musica, letteratura e cinema, tentativi di restare aggrappati con tutte le forze alle proprie passioni nonostante gli orrori che il mestiere di cronista portava con sé. Un atto d’amore nei confronti di una città che è comunque unica e meravigliosa, nonostante abbia più volte perso la possibilità di guarire dai suoi molti mali.

 

I Quattro canti di Palermo sono il cuore del centro storico, dividono la città in quattro mandamenti, ognuno protetto dalla statua della santa patrona di riferimento. Ma i quattro canti cui si riferisce il libro sono anche quattro voci, quattro singole storie che si intrecciano con la vita del protagonista e in qualche modo la segnano.

 

Storie crudeli, violente, sconvolgenti per chiunque le legga. Un ragazzo che verrà punito per aver rifiutato di accettare il suo destino di mafioso, un padre che sceglie di vendicarsi nel più efferato dei modi, una figlia che cerca di recuperare la propria dignità e infine una modella bella ma fragile e incapace di sopportare il proprio dolore.

 

Quattro storie d’odio; un odio verso un nemico, oppure covato all’interno della propria famiglia, l’odio per chi ha commesso un errore, seppur inconsapevolmente, oppure verso se stessi. Un modo singolare e sorprendente di raccontare dei delitti di cronaca nera, Di Piazza ha la capacità di parlare di mafia senza ricadere nei clichè e negli stereotipi cinematografici e letterari cui siamo ormai tristemente abituati. Costruisce invece con grande abilità personaggi vividi che colpiscono l’immaginazione del lettore.

 

Lo scrittore ha anche accettato di parlare con noi del suo romanzo, e di rispondere alle nostre domande.

 

Lei dimostra con il suo libro il grande legame con i luoghi e le tradizioni, eppure cita attraverso il protagonista autori e musicisti di respiro internazionale, che rimandano ad atmosfere lontanissime dalla città. Come mai questa scelta?

 

Mi limito semplicemente a raccontare quelli che eravamo noi giovani negli anni ’80, quelli che aspettavano con ansia davanti i negozi di dischi l’uscita di The Dark Side Of The Moon dei Pink Floyd, una spensieratezza che si è spezzata all’improvviso nel duro confronto con la realtà che ci circondava. Eravamo legati ala città ma al tempo stesso sognavamo una vita diversa e ci rifugiavamo nei nostri sogni.

 

I personaggi da lei creati sono stati ispirati da reali casi di cronaca o sono totalmente frutto della sua fantasia?

 

Il mio è un pastiche letterario. Ciò che più amo della narrativa è proprio la capacità di inventare e cambiare a mio piacimento ciò che scrivo. Sono storie probabili, hanno verosimiglianza ma non verità. Da dieci personaggi veri posso crearne uno falso.

C’è chiaramente una immedesimazione nel narratore, non perché gli eventi descritti siano accaduti a me, ma perché in qualche modo racconto la vita che conducevo io quando ero in prima linea.

 

Era da molto che aveva in cantiere questo romanzo?

 

No, in realtà per me scrivere è un atto compulsivo, una volta iniziato non ho più smesso. L’ho iniziato e finito in pochi mesi. Era soltanto un’idea nella mia testa che piano piano ha preso faorma e quando era pronta l’ho portata a termine.

 

Fondamentali in questa storia sono le figure femminili. Affascinanti e terribili, soprattutto quelle appartenenti al matriarcato occulto della mafia.

 

Questo libro è decisamente dedicato alle donne. Io devo molto alle donne della mia vita; a mia moglie in particolare ma anche ad amiche, conosciute e sconosciute che ho incontrato e hanno avuto una loro importanza.

C’è sicuramente un matriarcato nella strutture interna della società mafiosa, senza di esso gli uomini non potrebbero gestire tutto. Ma queste donne che descrivo sono in qualche modo figure salvifiche, sia per la salvaguardia della prole ma anche per l’appoggio agli uomini e il loro tentativo di aiutarli.

Letto 589 volte Ultima modifica il Giovedì, 01 Marzo 2012 18:47

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