Visto per voi
Pino Caruso
Ha concluso le sue repliche, al Teatro Bellini, con un ottimo successo di pubblico, la rievocazione della vicenda esistenziale di Antonino Calderone, anomalo boss di Cosa Nostra. A impersonare questo strano mafioso senza vocazione, Pino Caruso, magistrale interprete del monologo Mi chiamo Antonino Calderone, prodotto dal Teatro Biondo, per la regia di Pietro Carriglio, scritto da Dacia Maraini e tratto dal libro di Pino Arlacchi Gli uomini del disonore. Proprio ad Arlacchi, infatti, Calderone ha raccontato la sua vita avventurosa e difficile, sempre segnata dalla minaccia dalla vendetta, una verità personale, certo, fatta di reticenze, di deformazioni, ma il fondo sincera. Egli, mafioso appartenente ad una famiglia catanese, venne sopraffatto dalla violenza dei corleonesi che, a furia di brutalità cieca e delitti spietati, presero in mano la criminalità organizzata siciliana, portandola verso la terribile deriva stragista che ha insanguinato la Sicilia e l’Italia tra gli anni ’80 e ’90. E, se non si trattasse di una storia di mafia, quasi susciterebbe simpatia quest’uomo che tratteggia se stesso come un mite, non portato per carattere ai delitti, ma trascinato dalla storia familiare e dall’intimità col fratello, mafioso di spicco, a pungersi il dito e accendere col fiammifero la famosa immaginetta della Madonna. Da questa iniziazione fatidica inizia a svolgersi la sua storia di uomo d’onore: le Giuliette al tritolo di Ciaculli, la strage di Viale Lazio, l’esecuzione dei ragazzini-scippatori a Catania, l’ascesa al potere di Tano Badalamenti, le vendette di Luciano Liggio, fino al violento e animalesco arrivo di Totò Riina al vertice di Cosa Nostra. Un viaggio nell’orrore della mafia, quindi, adeguatamente accompagnato dalle note del Requiem di Mozart e dalle grida lancinanti delle vittime, improvvisi squarci che lacerano l’anima degli spettatori. Ma anche del protagonosista, ormai pentito, ormai convintosi a definire i suoi ex compari “uomini del disonore”. Parallelamente, infatti, alla sua terribile carriera criminale, Calderone elabora quel percorso di trasformazione, profondo travaglio che riempie di dolore il suo cuore di povero boss senza cattiveria. Fino al punto di non ritorno, la partecipazione all’uccisione di tre bambini che avevano assistito senza saperlo all’assassinio di un ribelle. Sarà proprio questo episodio a far nascere il lui un barlume di indignazione, un cambio di prospettiva. Da quel momento Calderone comincia a tenersi da parte, a chiudersi in casa, a rifiutare la partecipazione attiva alle imprese della mafia. Infine, dopo l’omicidio del fratello, prende la decisione di fuggire all’estero, dove comunque non troverà mai una pace ormai impossibile, minata per sempre soprattutto dalla paura della vendetta dei corleonesi. Un personaggio complesso, dunque, che progressivamente rivela se stesso, le ombre che premono sulla sua coscienza. La lentezza di questo processo di svelamento della coscienza, probabilmente un difetto della natura più letteraria che teatrale del monologo della Maraini, è reso vivace dalla bravura di Pino Caruso, capace di caricare di pathos eventi e personaggi senza mai alzare il tono, ma tirandolo fuori da ogni singolo elemento rievocato sulla scena. Caruso, nei panni di Calderone, confessa la sua vita ad un registratore, all’interno di uno squallido e scarno appartamento di un imprecisato Nord, anonimato tipico delle residenze sempre provvisorie dei pentiti: una scrivania, un frigorifero e una finestra sui cui vetri scende una pioggia battente, quasi volesse lavare ciò che non può essere cancellato. Ed è qui che Caruso-Calderone dipana da par suo questo racconto-confessione di un uomo esperto di mafia per aver vissuto molti anni all’interno dei suoi perversi meccanismi, conoscendo di essa i più profondi segreti. Un succedersi di eventi che si susseguono come una voragine di morte in cui affonda non solo il protagonista ma anche coloro che ne ascoltano la storia, guidati dalla sapiente maestra di un attore eccezionale per capacità d’incanto.
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