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Mercoledì, 16 Novembre 2011 13:12

ATTORI ATTORICCHI E CANNAVAZZI

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L’ultimo libro di Antonio Giordano, presentato alla Feltrinelli di Palermo, è un manuale molto serio su cosa serve per diventare attori e non “cannavazzi”.

Quali sono i requisiti fondamentali per diventare un grande attore? E qual è il giusto percorso da seguire per potenziare le proprie capacità? Lo spiega il maestro di recitazione Antonio Giordano nel suo ultimo libro; Attori Attoricchi e Cannavazzi, Manuale di didattica dell'attore con un'appendice sulla dizione, (Pietro Vittorietti Editore, p. 208, euro 15), presentato presso la libreria Feltrinelli di Palermo.

 

Giornalista, docente e regista, ma soprattutto profondo conoscitore del teatro in tutte le sue forme, Giordano ha alle spalle una pluriventennale carriera che lo ha visto protagonista sia sul palco che dietro le quinte. Lui che è stato allievo del grande Orazio Costa e che ha avuto persino l’opportunità di assistere ad alcuni lezioni di Samuel Beckett, da molti anni trasmette le proprie esperienze e conoscenze alle nuove generazioni, coltivando in prima persona talenti come Salvo Ficarra, Claudio Gioé e Francesco Scianna, solo per citarne alcuni.

 

In questo testo si affrontano le problematiche che deve affrontare un attore che possa davvero definirsi tale, con un titolo che cita palesemente Sciascia e la sua celeberrima divisione del genere umano in categorie. Qui si distinguono tre diverse tipologie di persone che si approcciano al teatro; gli attori veri e propri, gli attoricchi che un po’ di talento lo possiedono benché limitato, e infine i cannavazzi, ovvero coloro che ad un palcoscenico non dovrebbero neanche avvicinarsi e invece ne fanno un mestiere.

 

Un titolo apparentemente scherzoso per un libro serissimo, in cui si analizza la storia del teatro, soffermandosi in particolare sugli autori francesi e sulle avanguardie, per poi arrivare alle scuole più recenti cui Giordano non risparmia critiche per alcune tecniche recitative utilizzate in alcuni casi in modo goffo e approssimativo. Attraverso l’analisi approfondita di alcuni brani, ne esamina le peculiarità, rifiutando la prassi secondo cui un testo è valido solo perché porta la firma di un grande autore.

 

Ma questo testo, che vuole in primo luogo essere un manuale, è soprattutto un invito allo studio, al perfezionamento, all’affinamento delle capacità, applicabile alla recitazione come a qualunque altro campo. Pur essendo necessaria una predisposizione innata, un istinto che non tutti possiedono, un vero attore continua a studiare e a migliorarsi, altrimenti anche un artista dotato rischia di trasformarsi in un attoricchio o addirittura in un “cannavazzo”.

 

La respirazione, i cambi di tono, il fraseggio, l’importanza dell’espressività del volto e della gestualità, tutti fattori determinanti nella resa sul palcoscenico. Esplorare le infinite possibilità che la voce e il corpo umano possono offrire e che possono rendere unica un’interpretazione. Secondo il maestro infatti i codici espressivi non sono che stereotipi, le parole sono vuote fino a che non vengono riempite, e ad ogni parola deve corrispondere un’emozione, in quello che lui definisce uno “spelling emotivo”.

 

Per non scivolare nella monotonia e nell’incomprensibilità, un attore deve basarsi sul cosiddetto “animus”, quella particolare sensibilità che rende possibile la comunicazione con il pubblico, destinatario di quel messaggio, unico referente a cui bisogna donarsi completamente. Curiosa la scelta di inserire in quarta di copertina un sonetto, in cui Giordano si rivolge ai suoi allievi, che lo temono e lo rispettano in quanto sanno che la sua severità è propedeutica alla loro formazione.

 

Due tra i più giovani dei suoi pupilli, Riccardo Carollo (autore anche della copertina del libro) e Marzia Coniglio, hanno dato dimostrazione delle tecniche apprese, rendendosi protagonisti di intense interpretazioni di testi di vario genere.

 

Letto 541 volte Ultima modifica il Venerdì, 18 Novembre 2011 13:04

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