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Salvo Piparo e Costanza Licata Salvo Piparo e Costanza Licata

Salvo Piparo e Costanza Licata rendono unico il momento aggregativo più importante per Palermo, in uno spettacolo-celebrazione che diviene anche denuncia a suon di cunto della nuova peste dei giorni nostri.


In scena in via XX Settembre, nella platea all'aperto del Teatro Agricantus, il Fistinello, con Salvo Piparo, Costanza Licata, Rosemary Enea e un cast decisamente d'eccezione, per celebrare nel modo più sincero e immediato, intimo e popolare Santa Rosalia, la Santuzza di Palermo alla quale, forse, dobbiamo molto di più di una semplice guarigione miracolosa dalla peste. In scena per tre serate consecutive, dal 13 al 15 luglio.


Tutto ha inizio con una chiassosa entrata in scena di palermitani urlanti e rumorosi, che ricreano in puro stile palermitano la tipica folla di un mercato, ricco di personaggi tanto pittoreschi quanto emblematici. In realtà non siamo dentro a un mercato, ma ai piedi del monte Pellegrino, tutti in trepidante attesa di acchianare.


Ma questa volta, con Piparo e compagnia, l'acchianata al monte Pellegrino sarà qualsiasi cosa, meno che tradizionale. Lungo la salita, infatti, ascolteremo storie e aneddoti della Santuzza, sì, ma questa volta raccontati attraverso una chiave di lettura estremamente nuova e interessante, ri-apprendendo una storia forse mai sentita prima.


Il Trionfo di Rosalia di Salvo Licata viene ripreso dagli artisti in scena come indispensabile cornice, all'interno della quale innestare i semi di nuovi frutti, di nuove espressioni, attraverso racconti, storie e personaggi filtrati direttamente dalle strade della Palermo di oggi. Ma la vera ventata di novità saranno le riflessioni sulla città, oltre che sulla leggenda, di autori e cronisti nostrani.


Il primo, tra questi, che incontriamo proprio alle falde del monte è Mario Azzolini, storico giornalista di Palermo, che ci racconta di come neppure le quattro sante, Cristina, Oliva, Agata e Ninfa - simbolicamente rappresentate ai Quattro Canti, in corso Vittorio Emanuele -, ognuna protettrice di un quartiere della città, riuscirono a cambiare la testa dei palermitani: "Palermo, un'amabile profumiera che zoccoleggia", sentenzia spiritoso Azzolini.


Proseguiamo l'acchianata e questa volta, lungo la strada che abbraccia e circonda il monte, incontriamo Angelo Vecchio, scrittore e giornalista di Licata, che ci racconta il viaggio in Sicilia del filosofo tedesco Goethe, a tu per tu con le bellezze architettoniche di Palermo, ma anche con la sporcizia che la insudiciano.

 

"Noi siamo quel che siamo - spiega un mercante a Goethe - buttiamo lo sporco fuori dalle nostre case, in modo che la polvere si accumuli sull'asfalto mal ridotto, coprendone così le imperfezioni e le brutture, oltre che il lavoro non svolto e ignorato di qualcuno più in alto...". Insomma, dal '700 a oggi sembra proprio che sia cambiato ben poco.


Continuando la salita incontriamo anche Antonio Guida, che racconta un simpatico episodio dal sapore tipicamente palermitano, quello in cui un posteggiatore cerca di aiutare una donna a posteggiare la propria auto, dandole delle indicazioni, tra le quali "Signora, avanti a marcia indietro!" , neppure i surrealisti avrebbero potuto inventarsi slogan più pittoresco.


E ancora, lungo il cammino, anche Gaetano Basile, che racconta di come, nel 1575, Palermo fosse già stata messa in ginocchio da una pestilenza, dalla quale era riuscita a rimettersi in piedi non tanto grazie ai santi, bensì grazie alle cure di un bravo medico, Gianfilippo Ingrassia.


E, quasi come un'apparizione, finalmente lei, Rosalia Sinibaldi, figlia del conte Sinibaldi, magistralmente interpretata da Costanza Licata, che darà voce e maggiore concretezza a tutti i temi musicali tipici del trionfo, intonando i canti che furono della Santuzza.


Rosalia, la tradizione ce l'ha descritta come una rosa senza spine e per questo, per la sua purezza d'animo, fu tentata dal diavolo: "Rosalia, dammi la tua rosa!", ma la Santuzza era devota solo a Gesù e per dedicarvisi completamente, divenne romita del monte Pellegrino, luogo in cui furono trovati i suoi resti e dove oggi sorge il santuario a lei dedicato.


Ma d'un tratto è il 1600, in sottofondo si ode il battito sommesso di un tamburo, i riflettori si spengono e il buio della peste porta via ogni colore. Adesso il cunto di Piparo, divenuto più drammatico, si circonda del suggestivo ingresso degli appestati: una massa informe, che avanza lentamente, come zombie gemono, barcollano e si trascinano nei loro abiti un tempo riconoscibili. Tra loro serpeggia, come una presenza silenziosa ma inquietante, una donna con una maschera nera sul volto: la peste.


In cima al santuario, alla fine della nostra acchianata, incontriamo, non a caso, proprio lui, il cacciatore al quale apparve la Santuzza, che gli indicò il luogo in cui trovare il suo corpo: "fate un carro e conducetemi, fate girare i miei resti per tutta la città e presto la peste passerà". Non servirono tutti i santi del paradiso, ne bastò uno solo di nome, forte come una schiaffo e decisivo come la combinazione di una cassaforte: Santa Rosalia.


Particolarmente emozionante l'elogio rivolto alla Santuzza di Daniele Billitteri, scrittore e cronista palermitano: "dicono tutti che il Festino è la festa del popolo, ma che festa è per quelli che un lavoro nemmeno lo cercano più? Per quelli che nella posta, insieme alle cartoline trovano anche la lettera di licenziamento?".


Billitteri ci racconta che la peste non è solo quella dei bubboni, purtroppo. E' soprattutto quella del malochiffare, come si dice da noi. Oggi siamo tutti annientati da una peste che, forse, non può guarire neppure la Santuzza. Una peste che rifiuta chi fa una preghiera diversa, chi cammina scalzo, chi ha un colore diverso, chi viene da noi a bordo di un gommone. Una peste che sta infettando tutto, anche la speranza.

 

"Una peste che ha cambiato vesti e volto - tuona Salvo Piparo, con sguardo straniato - e che ritroviamo nella noncuranza di un padre che dimentica il figlio dentro l'auto. E' la pedofilia vestita di rosso, la politica che va a braccetto con la mafia o, forse, è solamente la mancanza d'indignazione".


Una vera e propria denuncia che è uno schiaffo in faccia, una speranza di aprirci gli occhi, di tornare a sperare in un cambiamento. La nostra acchianata si conclude con la ridiscesa del monte, per l'immancabile appuntamento con i giochi pirotecnici al Foro Italico.


E i fuochi ci sono, eccome: sono tuoni, sono rumori, sono in ognuna delle parole cuntate da Salvo, scandite sbattendo forte il piede per terra, tuonando versi che sembrano uscirgli dal petto, anzichè dalla bocca. Una masculiata di parole che colpiscono in pieno, come una raffica di vento.


In chiusura si leva ancora una volta la voce calda e decisa di Costanza, mentre tutti gli appestati, intorno a lei, fanno ritorno: non barcollano e non gemono più, ma cantano insieme alla loro Santuzza, simulando una vera e propria processione, con tanto di carro e busto di Rosalia creato in diretta, durante tutto lo spettacolo, dal giovane artista Filippo Leto.


L'immaginario tagliente e surreale di Piparo, la voce ipnotica di Costanza, le musiche ora dolcissime ora violente di Rosemary Enea e di Carla Modestino, la naturalezza e la spontaneità di tutte le comparse palermitane rendono questo spettacolo un pezzo unico nella storia dei tradizionali festeggiamenti del 15 luglio. Una preghiera originale, quanto più vera, forse, di tante altre 'tradizionali'. Imperdibile!


Letto 643 volte Ultima modifica il Domenica, 15 Luglio 2012 22:06

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