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Domenica, 29 Aprile 2012 16:47

PER NON MORIRE DI MAFIA

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Sebastiano Lo Monaco Sebastiano Lo Monaco

Un monologo, ma non solo: un ritratto, una discesa emotiva nel cuore di un uomo che dedica la propria vita alla lotta contro le mafie. Sebastiano Lo Monaco ci racconta il ‘suo’ Piero Grasso.

Al Teatro Biondo di Palermo il toccante monologo tratto dall'omonimo libro scritto nel 2009 dal procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, Per non morire di mafia, interpretato dall'attore siciliano Sebastiano Lo Monaco, per la regia di Alessio Pizzech e l'adattamento drammaturgico di Margherita Rubino, in scena dal 26 aprile al 6 maggio.


Il set si presenta abbastanza semplice: al centro, di sbieco, un'enorme lavagna sulla quale l'attore, durante il monologo, scriverà le parole chiave simbolo della sua professione di magistrato; uno strumento che ci permetterà di rivivere a ritroso le tappe fondamentali di una vita consacrata alla lotta contro il crimine organizzato, partendo dal lontano 1971 - anno in cui per la prima volta la mafia puntava il dito proprio contro la magistratura.


E’ il 1979, l’anno in cui ha inizio la ‘mattanza’, a catena le morti di tantissimi uomini impegnati insieme nella lotta contro Cosa Nostra: Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Ninni Cassarà, Beppe Alfano, Giuseppe Fava, Peppino Impastato e molti altri ancora.


E’, poi, il 1984, anno in cui il boss Tommaso Buscetta comincia a rivelare i segreti e la struttura interna, soprattutto, dell’organizzazione: modalità di accesso, riti di iniziazione, gerarchia piramidale, regole e sanzioni. Buscetta sarà il primo ‘pentito’ di Cosa Nostra. E giù ancora nomi, ancora parole, uno sfogo emozionato e doloroso, una battuta dietro l’altra, un fiume in piena di sensazioni, di preoccupazioni, di ossessioni.


1984, Piero Grasso viene nominato giudice del maxiprocesso a Cosa Nostra (iniziato due anni più tardi, il 10 febbraio 1986): ha inizio l’incubo. La vita del futuro procuratore antimafia (2005) subisce un brusco cambiamento, riempiendosi a poco a poco di terribili dilemmi e sofferte rinunce.


Abbiamo intervistato l’attore Sebastiano Lo Monaco, che ci ha raccontato le emozioni legate allo spettacolo e al ruolo interpretato, oltre che pensieri e considerazioni sul fenomeno mafioso e l’atteggiamento e le reazioni del Meridione.


Nel corso della tua carriera ti sei spesso cimentato in opere abbastanza classiche, dall’Otello di Shakespeare alle opere di Pirandello. Cosa si prova, da siciliano soprattutto, a prendere parte a questo progetto che più che essere qualcosa di classico, richiama la funzione civile del teatro?

 

E’ stata una scelta: quando ho letto il libro di Grasso mi sono chiesto io, da uomo impegnato nell’ambito della cultura, dove fossi stato tutto quel tempo, cosa avessi fatto nei miei 35 anni di carriera. Mi sono detto che avrei dovuto rimediare alle mie mancanze e che avrei dovuto mettermi al servizio dell’impegno sociale, rimettendo al servizio della ricostruzione di un paese – civile, etico, che segue le regole e che non si abbandona in balìa della malavita – la mia flebile voce di attore, amplificando la voce di Grasso col mezzo teatrale.

 

Due percorsi diversi, due strade diverse: tu attore, Grasso procuratore nazionale antimafia. Com’è, tutte le volte, calarsi nei panni di questo che non è un personaggio di fantasia, ma un personaggio reale, in carne ed ossa?

 

Sono sempre molto coinvolto. Per me non sono mai repliche, ogni sera cerco di reinventare le parole come se nascessero per la prima volta lì, in quel preciso momento. Cerco di dare al pubblico la storia di quest’uomo, e cerco di darla soprattutto con verità, provando a trasmettere nel miglior modo possibile – e nel modo più veritiero ovviamente – l’impegno civile e sociale al quale quest’uomo dedica da anni l’intera vita.

 

Il pubblico delle numerose città dinanzi le quali hai interpretato questo ruolo, come ha reagito ogni volta? Hanno accolto lo spettacolo tutti con lo stesso spirito?

 

Dappertutto la gente ha sempre reagito con grande emozione, alzandosi anche in piedi, a fine spettacolo, per applaudire. In qualunque parte d’Italia c’è stato molto trasporto da parte del pubblico. Qui a Palermo ho riscontrato la stessa reazione, anche se il teatro non si è ancora riempito completamente, forse a causa di questo periodo di vacanze e villeggiature annesse, oltre che per l’intenso periodo elettorale. Per quanto riguarda proprio il Meridione il discorso è abbastanza complesso e non è facile affrontarlo; ha sicuramente subìto troppe angherie, nel corso della sua lunghissima storia e forse proprio questo, rispetto al nord Italia, che lo rende un po’ più disimpegnato culturalmente, quasi fermo.

 

Da siciliano quale tu sei, ma soprattutto da artista anche, quindi con un estro e una sensibilità maggiormente spiccate rispetto a chiunque altro, cosa si deve – secondo te – per non morire di mafia?

 

Secondo me si deve fare proprio quello che suggerisce Grasso: impegnarsi, parlare, discutere, vivere nelle regole, vivere l’impegno sociale tramite le associazioni e i sindacati. Ma soprattutto, ripeto, vivere nelle regole e fare sempre in modo che ogni uomo possa esercitare i diritti che gli spettano dalle leggi e dalle Costituzioni. Se tutti vivessero nelle regole sarebbe tutto un altro mondo ovviamente, ma questa è un’utopia purtroppo; utopia, però, che ci ricorda che il mutamento è sempre possibile.


La mafia altro non è che eclissi di legalità e finchè esisterà, bisognerà parlarne, poiché il silenzio ne è l’ossigeno, l’alimentazione. L’invito è molto chiaro e semplice: cari palermitani, oltre a recarvi più spesso in teatro, ricordatevi sempre che una voce l’abbiamo tutti, usiamola per urlare.

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Letto 588 volte Ultima modifica il Martedì, 08 Maggio 2012 09:40
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