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Cultura

La copertina del libro

design del riuso

di Matilde Geraci

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È stato presentato presso l'Auditorium Rai di Palermo in viale Strasburgo 19 il libro Design del riuso – Quando un problema diventa una soluzione (edizioni La Mongolfiera, 2009) di Emanuela Pulvirenti, tra i giovani lighting designer di maggiore successo. Presenti, oltre l'autrice, anche Anna Cottone, architetto e designer, docente di Disegno Industriale alla Facoltà di Architettura di Palermo; l'ingegnere Gianfranco Rizzo, professore ordinario di Fisica Tecnica Ambientale presso l'Università di Palermo; e l'editore de La Mongolfiera Giovanni Spedicati. A coordinare l'incontro, la giornalista siciliana Laura Anello.

Il saggio, dall'accattivante veste grafica sin dalla copertina e accompagnato da una bellissima serie di foto e illustrazioni, si propone di analizzare tutti gli aspetti del riuso: da quelli creativi e artistici a quelli didattici, ambientali ed etici.

Attraverso alcune centinaia di esempi di riuso, la scrittrice (che attualmente vive e lavora a Caltanissetta, nata in provincia di Catania e laureatasi in architettura a Palermo) vuole stimolare in particolare lo sviluppo della capacità di vedere una nuova dimensione funzionale ed estetica negli oggetti che hanno concluso la loro funzione “ufficiale”, quella per la quale sono nati ma, probabilmente, non la sola che siano in grado di ricoprire. A tale scopo vengono analizzate le “modalità” di riuso in relazione alle potenzialità formali, tattili, cromatiche e materiche dei vari materiali e il processo concettuale-creativo che porta alla realizzazione di lampade, sedute, giocattoli, arredi di ogni genere e persino architetture.

E come si legge nell'introduzione al libro, “Per tutto ciò che esiste sulla terra (oggetti dismessi compresi) vale il principio di conservazione per cui nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma”.

Volendolo prendere alla lettera, nel caso del design del riuso, possiamo immaginare un flusso infinito di oggetti che si trasformano sempre in qualcos'altro senza diventare mai rifiuti, in una sorta di metamorfosi senza fine realizzata dalla gente comune che utilizza e riutilizza le cose sfruttando una buona dose di immaginazione.

L'opera della Pulvirenti, che ha pubblicato diversi articoli sull'argomento sulle più importanti riviste specializzate e ha tenuto (e tiene) convegni in ambito universitario, può essere vista come una guida, un aiuto, in cui non mancano nemmeno dei cenni storici, anche perché il riuso è una vera e propria arte che abbiamo dimenticato e di cui dobbiamo riappropriarci.

Ma le nostre nonne – afferma l'artista – ce la possono ancora insegnare”. Il riuso infatti era un qualcosa che in passato veniva quasi spontaneo. “Nel Dopoguerra, per esempio, avveniva per mancanza di materiali e quindi bisognava utilizzare con parsimonia ciò che si aveva e dargli continuamente una nuova funzione”. E aggiunge: “Oggi lo facciamo e lo dobbiamo rifare per motivi completamente opposti: siamo pieni di oggetti, soprattutto roba usa e getta e quindi pensati già per essere dismessi dopo un unico utilizzo. E questi stessi oggetti rischiano ormai di sommergerci. Lo vediamo ogni giorno con le emergenze rifiuti da varie città italiane, emergenze che siamo prima di tutto noi cittadini a creare. Non è solo colpa dell'amministrazione che non sa gestire il problema”.

Ormai abbiamo perso un rapporto confidenziale e creativo con le cose, che andrebbe invece recuperato per tanti motivi. Ma quali sono i modi e le tecniche del riuso? Innanzitutto esso è una forma di design attuale e interessante per svariati motivi: è una pratica che chiunque può mettere in atto e che mette in moto la propria creatività.

Per esempio il più semplice è quello che Emanuela chiama “per continuità”: un oggetto ha una sua funzione nella sua “vita ufficiale” e questa stessa funzione la si prosegue in una “seconda vita”. Basta pensare alla bottiglia di plastica che se la ritagliamo e le mettiamo dell'acqua, diventa un contenitore per i fiori continuando quindi a contenere un liquido. Questa è ovviamente la forma più immediata. Spesso anche il sedile dell'automobile estratto dall'auto da dismettere, può continuare ad essere una seduta.

Poi c'è il riuso un po' più complesso, quello “per decontestualizzazione”: esso richiede una certa creatività, perché si tratta di vedere un oggetto attraverso le sue caratteristiche materiche, cromatiche, etc... Per esempio, sempre partendo dalle bottiglie, le si possono trasformare in delle tende bellissime. “C'è una designer che ritagliando i fondi di bottiglia ne ricava automaticamente delle sagome a forma di fiore che unisce poi a formare delle strisce, delle file continue come dei festoni, e ne ha fatto dei tendaggi, dei lampadari, degli oggetti di una poesia incredibile”.

Ci vuole senza dubbio una buona dose di fantasia e di capacità d'osservazione che non è detto che sia soltanto di chi abbia una formazione da designer, “perché come ci insegna il grande Bruno Munari (uno dei protagonisti dell'arte, del design e della grafica del XX secolo in Italia, Ndr.), il pensiero creativo andrebbe costruito in ogni bambino, quindi la capacità di immaginare una favola dietro un oggetto, un uso successivo”. In generale qualsiasi materiale può essere riutilizzato, ma certamente ci sono dei materiali che si prestano più facilmente.

Pensiamo al cartone degli imballaggi, con il quale si può fare veramente di tutto: “Con dei tagli sapienti lo si fa diventare una seduta, un lampadario o addirittura un architetto giapponese, Shigeru Ban, realizza architetture temporanee per emergenze, come dopo il terremoto di Kobe. Quindi la reperibilità di un materiale che vediamo buttato per le strade, può dare possibilità infinite di creazione di oggetti con cui arredare una casa o persino costruire una casa”.

Il saggio è quindi una chiara dimostrazione, anche attraverso le foto al suo interno che servono ad accompagnare gli esempi elencati dall'autrice, che il riuso si può fare eccome. E anche se l'incentivo economico è quello che riesce a muovere di più rispetto ai temi ecologisti che la gente comune spesso non sente, è comunque un'azione che responsabilizza nei confronti dell'uso delle risorse del nostro pianeta e della dismissione dei rifiuti. Ci aiuta a recuperare valori come il rispetto e la cura per le cose che ci circondano. Insomma, le soluzioni ci sono ed Emanuela Pulvirenti ce le illustra tutte in questo prezioso libro.

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(06/02/2010 - ore 13.39) lskxnJItzHJcXpcSZnV scrive:
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