Ingresso Community:
 
 
 
Cultura

La copertina del libro

l'invenzione di Palermo

di Matilde Geraci

Agg. ai Preferiti / Condividi

Presso la libreria Modusvivendi di via Quintino Sella, l'esordiente Giuseppe Rizzo ha presentato il romanzo L'invenzione di Palermo. Presenti, insieme all'autore, i giornalisti e scrittori Marcello Benfante e Davide Camarrone.

Questa storia è una favola, ma piena di parolacce” recita la quarta di copertina, ma se è vero che già l'incipit è una grande esaltazione del tipico e più verace turpiloquio palermitano, la Palermo raccontata è una città tragica e reale in tutta la sua miseria, una favela in cui regnano la povertà e l'ignoranza.

Una Palermo che è “un coccio d'aglia, un soffio d'incenso, un assaggio di quarume, una smorfia di alito cattivo, una mosca morta per il caldo, un concerto di macchine impazzite”. Giuseppe, infatti, conduce per mano il lettore in uno dei peggiori ghetti del capoluogo siciliano a cavallo fra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80.

Protagonista è la famiglia Tirone, alla perenne e insoddisfatta ricerca di una casa popolare. Nell'attesa che gliene venga assegnata una, vivono in una baracca di legno e lamiera sul fiume Oreto, cercando di tirare avanti vendendo la domenica mattina al mercato popolare di Ballarò roba raccattata nell'immondizia. Una vita di per sé difficile che diventa impossibile in inverno, quando la fame e il freddo le fanno da padroni.

Una famiglia per certi versi bislacca, che si regge in piedi nonostante tutto. Ma è un equilibrio fragilissimo, dato dalla madre: “era lei che mandava avanti il circo. […] Per di più lavorava. Un lavorolavoro, due volte a settimana puliva la casa dei Munafò, signora Luisa e signor Nené, viale Strasburgo 113, oh oh, mica un lavorodellaminchia come quello di papà”.

Quest'ultimo, infatti, è totalmente incapace nel suo ruolo di capofamiglia. Un inetto, balbuziente, che non riesce a combinare qualcosa di effettivamente produttivo, tranne tentare di vendere degli strani e astrusi apparecchi facendoli passare per sue invenzioni, quando per la verità non sono nient'altro che cianfrusaglie recuperate dai cassonetti. Roba che naturalmente non è mai riuscito a vendere a nessuno.

Ma l'equilibrio, che c'è seppur precario, dura poco. Fino a quando cioè non ritrovano la madre morta. Qualcuno l'ha ammazzata sparandole per errore in un regolamento di conti mafioso. Ed è da questo omicidio e il successivo scontro che il padre ha con un boss periferico della malavita palermitana che il libro prende una decisiva svolta.

Da quel giorno infatti la vita dei Tirone si fa ancor più misera, costretta ad arrangiarsi con qualsiasi espediente, persino truffe e furti. Il padre e il figlio maggiore vengono arrestati e portati all'Ucciardone. Nino, l'unico maschio rimasto in casa, viene massacrato di botte dai 'malacarne'.

Poi c'è Annina: “quindici anni, stivaletti di vernice rossa ai piedi e parolacce appiccicate alla lingua, si ritrova a tirar fuori dai pasticci la sua famiglia. Da sola”. E le parolacce le serviranno per affrontare la realtà, morderla per trovare, se possibile, un riscatto. Un'adolescente che sa il fatto suo, dallo sguardo tutt'altro che ingenuo e castigato e che dà voce ed espressione ad una Palermo segreta e nascosta.

È una Palermo che si fa ghetto ignoto e labirintico ma che pagina dopo pagina, proprio grazie alla piccola Anna, diventa sempre più familiare. Una città che Rizzo non ha direttamente conosciuto per ragioni geografiche e anagrafiche (è nato nel piccolo paese agrigentino di Sant'Elisabetta 26 anni fa), ma che ha scelto ugualmente di raccontare.

Si è ritrovato nelle stesse condizioni della Palermo in cui non era ancora nato, con un'unica eccezione: la baraccopoli di Fondo Picone descritta nel romanzo esiste tuttora a pochi passi dal centro, ma se “chi era misero allora erano i palermitani, oggi lo sono gli immigrati di colore, gli extracomunitari”. Sono loro adesso infatti ad abitarci e a sognare un tetto sopra la testa.

Palermo, quindi, non ha saputo re-inventarsi in tutti questi anni. “Forse si è solo consumata”. È questo l'unico processo che viene in mente al giovane scrittore, quello cioè di “una città che si consuma, nel senso che tutto quello che c'è sembra decaduto. La decadenza aggredisce sempre più i monumenti e la società stessa”. Se c'è una rinascita è quella che riguarda il fattore culturale nell'aggressione alla mafia: “Allora sì che possiamo parlare di un cambiamento. Se invece vogliamo parlare di una rinascita urbanistica, io quella non l'ho vista”. E di mafia parla anche L'invenzione di Palermo.

Uno dei personaggi è proprio un piccolo boss che offre protezione ai Tirone dopo aver ucciso per sbaglio la moglie di Totò. Ma in realtà si tratta di un 'semplice malacarne', della cosiddetta manovalanza. Viene descritto un tessuto di piccola ma potente criminalità, ancora viva e presente. Perché se la 'grande mafia' sta vivendo tempi duri grazie anche ad arresti eccellenti come quelli di Provenzano e dei Lo Piccolo, sono proprio i criminali 'di bassa leva' che “tirano fuori la testa e vengono a galla, anche per la mancanza di un reale controllo a tappeto”.

Ma colpevole in tutto questo è anche la televisione con le sue fiction “scritte malamente e dirette ancora peggio”, in cui il mafioso in stile Padrino viene quasi idealizzato quando invece andrebbe sminuito in tutto il suo squallore.

Per demistificare la mafia e tutto ciò che la circonda Giuseppe Rizzo usa come arma l'ironia “come faceva Peppino Impastato negli anni '70”. Uno humour tagliente in cui una forte componente è costituita anche dalla satira politica.

Ne è un esempio lampante il riuscitissimo personaggio di Dieguccio Orlando, sindaco della città: se già il nome è una non tanto celata accusa all'immutabilità di Palermo, il suo agire diventa emblema di una società che di fronte i bisognosi e i miserabili fa più comodo volgere lo sguardo dall'altra parte, a meno che non si tratti di fare bella figura davanti a televisioni e giornalisti.

Il lettore, quindi, seppur dinanzi alla tragedia, riesce a divertirsi anche grazie al linguaggio usato, volutamente forte e crudo. È una scelta linguistica consapevole, perché “la messa in scena dell'oscenità attraverso il ricorso quasi ossessivo al turpiloquio sembra l'unico modo per narrare Palermo, anche se parlare di Palermo è un pretesto per parlare d'altro”, ha detto Benfante.

Ciò che ne viene fuori non è una città inenarrabile ma invisibile, perché tale vuole essere. Non vuole mostrarsi. “La Palermo raccontata qui – afferma ancora Camarrone – se ne fotte di essere irredimibile”. Si parte da una favola e si arriva però ugualmente alla speranza e al sogno. “Perché è di questo che ha bisogno Palermo ieri come oggi, di sogni”.

ultimi commenti

Esprimi anche tu un commento su questo articolo, basta compilare il modulo qui sotto. Tutti i campi sono richiesti.

Il tuo nome:
Email:
Testo:

Compilando e inviando il modulo, autorizzi Palermo24h al trattamento dei tuoi dati personali, nel pieno rispetto della legge 196/03 sulla privacy.

Gli ultimi iscritti alla Community

anna, 58 anni, F, da palermo (PA)

isaxon, 30 anni, M, da palermo (PA)

mgagus, 34 anni, F, da palermo (PA)

Entra in Community

freccia freccia Gli eventi di
settembre 2010
Lu Ma Me Gi Ve Sa Do
   

1

2

3

4

5

6

7

8

9

10

11

12

13

14

15

16

17

18

19

20

21

22

23

24

25

26

27

28

29

30

     
pubblicita

Servizi Pa24h

Guida al sito

Lapis

Newsletter

oltre 2000 persone si tengono informate con questo servizio, iscriviti anche tu!

 
RosaneroGirls.it mini
RosaneroGirls.it mini